domenica 27 novembre 2016

La preparazione fonologica nella scuole dell'infanzia

Quando ascoltiamo qualcuno parlare in una lingua che non conosciamo quello che percepiamo è una successione di suoni interrotta ogni tanto da brevi pause: una catena parlata. La capacità di distinguere quei suoni, fonemi, e formare delle rappresentazioni mentali che guidano il nostro apparato articolatorio (bocca, mandibola, labbra, ecc.), insieme alla capacità di fondere quei suoni per formare delle parole è la competenza fonologica. 

La competenza fonologica si sviluppa nel bambino in maniera naturale dai 5/6 mesi. A quest'età i bambini sono capaci di distinguere i tratti fondamentali di tutte le lingue, capacità che perderanno di lì a poco. Infatti, a 12 mesi cominciano a specializzarsi sui suoni della propria lingua madre. Con la crescita la competenza fonologica sarà influenzata dal vocabolario in possesso del bambino, per esempio, in un addestramento fonologico i bambini di 4 anni daranno i migliori risultati con le parole che conoscono meglio. A 5 anni i bambini sono capaci di distinguere i fonemi che compongono la parola, tale capacità si ritrova inizialmente nell'abilità a distinguere le sillabe, per poi arrivare a saper distinguere i singoli fonemi.

Quindi tra i 4 e i 5 anni si sviluppa la competenza metafonologica, cioè la capacità di riflettere sui singoli suoni delle parole e di conseguenza l'abilità a riconoscere una parola al di là del suo significato, ad esempio, il bambino a quest'età può identificare anche una non parola. La competenza metafonologica è una delle colonne portanti dell'apprendimento della letto scrittura perché la scrittura non è altro che la trasformazione in segni visivi, i grafemi, dei segni sonori, i fonemi.

Nell'avviamento fonologico sono sviluppate le competenze attinenti la metafonologia profonda. Il bambino impara a fondere i piccoli pezzi che compongono una parola in una sequenza ben definita. Quando il bambino ascolta i singoli suoni che compongono la parola M-E-L-A, deve non solo ricordare ogni suono, ma anche la sequenza in cui sono posti. In questa fase è importante sviluppare anche la memoria di lavoro, perché è grazie alla capacità di tenere i suoni nella memoria a breve termine (loop fonologico) e al saper richiamare le parole memorizzate nella memoria a lungo termine (vocabolario), che il bambino riconoscerà la parola composta dai singoli suoni. In seguito, quando il bambino imparerà ad associare la lettera scritta (grafema) al suono (fonema), sarà facile leggere qualsiasi parola. Alla scrittura si arriva facendo esercitare il bambino a dividere i suoni che compongono una parola (segmentazione), quando il bambino scriverà una parola lo farà ripetendo mentalmente ogni fonema e lo rappresenterà graficamente.

L'apprendimento fonologico è importante anche per individuare possibili situazioni problematiche nei bambini. Se un bambino di 4 anni ha un linguaggio fonologicamente incompleto, per esempio dice Tole invece che Sole, Mave invece di Mare, o quando ha un eloquio incomprensibile o frasi immature dal punto di vista morfosintattico, per esempio nell'utilizzo dei tempi, dei soggetti e nella sequenza delle parti, è necessario chiedersi se riuscirà a sviluppare una buona competenza nell'uso dei fonemi e quindi a diventare un abile lettore. Probabilmente lo stesso meccanismo che non ha permesso di automatizzare il linguaggio parlato, potrà incidere sull'apprendimento del linguaggio scritto. 


martedì 8 novembre 2016

Le aspettative di un insegnante sulla buona riuscita negli studi di un suo alunno possono influenzare il rendimento e il successo scolastico dello studente?

Le aspettative di un insegnante sulla buona riuscita negli studi di un suo alunno possono influenzare il rendimento e il successo scolastico dello studente? Ebbene sì.
L'influenza delle aspettative di un insegnante sulle capacità dell’alunno prende il nome di effetto Pigmalione. Tra gli insegnanti tale fenomeno è poco considerato quando si tratta di capire il perché di un certo rendimento scolastico di un alunno. I genitori non hanno sempre torto, quando intuiscono che le disgrazie del proprio figlio in qualche materia scolastica possa esser dovuta soprattutto ad una cattiva relazione con l’insegnante.
Negli anni Sessanta Robert Rosenthal, un ricercatore di Harvard, e Lenore Jacobson, preside di una scuola elementare, condussero un esperimento diventato famoso come The Oak School Experiment, dal nome della scuola in cui fu realizzato. La loro idea era di manipolare il giudizio e le aspettative degli insegnanti su alcuni alunni. Per farlo somministrarono a otto classi un test d’intelligenza. Una volta elaborati i test riferirono agli insegnanti che all’incirca il 20% di quegli studenti avrebbero migliorato la loro performance durante l’anno scolastico. A fine anno le previsioni dei ricercatori furono confermate. Il dato più interessante di questa ricerca è che i bambini da cui ci si aspettava una notevole crescita scolastica erano stati scelti a caso, e non sulla base dei risultati del test, ma questo gli insegnanti non lo sapevano. L’aspettativa, scaturita dalla comunicazione dei risultati del test, aveva influenzato l’atteggiamento degli insegnanti nei confronti del «gruppo 20» e aveva prodotto il miglioramento desiderato.
L’effetto Pigmalione è stato confermato da altre ricerche effettuate in tutto il mondo (Tauber, 1997; Jungbluth, 1994; Robinson, 1994; Eden, 1990; Sakya, 1990; Clifton, Bulcock, 1987, Moore, 1984; Bognar, 1983, Camaren, 1981). L’atteggiamento, o i pregiudizi, degli insegnati può essere influenzato dalla provenienza etnica, dal dialetto, dalla forma fisica (bambini grassi, filiformi, o tonici), dall’attrazione (bambini belli e bambini brutti), e addirittura per i nomi (a un bambino di nome Piero si attribuiscono caratteristiche psicologiche molto diverse rispetto a un bambino di nome Riccardo). Quest’ultimo effetto era già conosciuto dagli antichi latini: nomen omen, un nome un destino.
Come una sostanza può avere un effetto placebo, che fa star bene, o nocebo, che fa star male, a seconda delle credenze che si hanno su di essa, nello stesso modo le aspettative di un insegnante possono influenzare positivamente o negativamente il rendimento scolastico di un alunno. Le aspettative degli insegnanti si traducono in comportamenti che sono per lo più inconsapevoli. Per esempio molti atteggiamenti sono espressi con la comunicazione non verbale: la gestione dello spazio fisico, le posture corporali, il tono della voce, la gestione dello sguardo. Altri segnali possono essere le lodi o i rimproveri, anche quando sono espressi mediante voti.
Rosenthal aveva individuato alcuni fattori che possono servire da lettura della relazione insegnante-alunno. Il clima socio-emotivo: cioè il grado e la qualità delle emozioni vissute nella relazione. Gli essere umani sono abili lettori della comunicazione non verbale, e nel rapporto tra due persone vale molto più come si dice qualcosa piuttosto che i suoi contenuti. Il feedback comunicativo è il secondo fattore individuato da Rosenthal, la qualità delle risposte che l’insegnante fornisce nella relazione determina l’evoluzione della stessa.
Allora, in che modo dovrebbe comportarsi un insegnante?
Dovrebbe, innanzitutto, chiedersi se i suoi atteggiamenti verso un alunno sono obiettivi o sono il frutto di proiezioni personali. Per capirlo deve interrogare le sue emozioni e quando avverte emozioni quali rabbia, paura, dolore che scaturiscono dalla relazione con l’alunno, probabilmente sta proiettando un suo vissuto in quella relazione. Una specie di controtransfert psicoanalitico.
Un insegnante deve pensare che l’essere umano è fatto per apprendere. L’apprendimento e la curiosità fanno della natura dell’uomo, e quindi l’alunno ha tutte le potenzialità per apprendere, ognuno con i suoi tempi e con le sue qualità. Si veda la teoria delle intelligenze multiple di Howard Gardner.
Per concludere voglio usare la frase di uno scrittore particolarmente attento al mondo della scuola:
Ogni studente suona il suo strumento, non c’è niente da fare. La cosa difficile è conoscere bene i nostri musicisti e trovare l’armonia. Una buona classe non è un reggimento che marcia al passo, è un’orchestra che prova la stessa sinfonia.
Daniel Pennac