Le aspettative di un insegnante sulla buona riuscita negli studi di un suo alunno possono influenzare il rendimento e il successo scolastico dello studente? Ebbene sì.
L'influenza delle aspettative di un insegnante sulle capacità dell’alunno prende il nome di effetto Pigmalione. Tra gli insegnanti tale fenomeno è poco considerato quando si tratta di capire il perché di un certo rendimento scolastico di un alunno. I genitori non hanno sempre torto, quando intuiscono che le disgrazie del proprio figlio in qualche materia scolastica possa esser dovuta soprattutto ad una cattiva relazione con l’insegnante.
Negli anni Sessanta Robert Rosenthal, un ricercatore di Harvard, e Lenore Jacobson, preside di una scuola elementare, condussero un esperimento diventato famoso come The Oak School Experiment, dal nome della scuola in cui fu realizzato. La loro idea era di manipolare il giudizio e le aspettative degli insegnanti su alcuni alunni. Per farlo somministrarono a otto classi un test d’intelligenza. Una volta elaborati i test riferirono agli insegnanti che all’incirca il 20% di quegli studenti avrebbero migliorato la loro performance durante l’anno scolastico. A fine anno le previsioni dei ricercatori furono confermate. Il dato più interessante di questa ricerca è che i bambini da cui ci si aspettava una notevole crescita scolastica erano stati scelti a caso, e non sulla base dei risultati del test, ma questo gli insegnanti non lo sapevano. L’aspettativa, scaturita dalla comunicazione dei risultati del test, aveva influenzato l’atteggiamento degli insegnanti nei confronti del «gruppo 20» e aveva prodotto il miglioramento desiderato.
L’effetto Pigmalione è stato confermato da altre ricerche effettuate in tutto il mondo (Tauber, 1997; Jungbluth, 1994; Robinson, 1994; Eden, 1990; Sakya, 1990; Clifton, Bulcock, 1987, Moore, 1984; Bognar, 1983, Camaren, 1981). L’atteggiamento, o i pregiudizi, degli insegnati può essere influenzato dalla provenienza etnica, dal dialetto, dalla forma fisica (bambini grassi, filiformi, o tonici), dall’attrazione (bambini belli e bambini brutti), e addirittura per i nomi (a un bambino di nome Piero si attribuiscono caratteristiche psicologiche molto diverse rispetto a un bambino di nome Riccardo). Quest’ultimo effetto era già conosciuto dagli antichi latini: nomen omen, un nome un destino.
Come una sostanza può avere un effetto placebo, che fa star bene, o nocebo, che fa star male, a seconda delle credenze che si hanno su di essa, nello stesso modo le aspettative di un insegnante possono influenzare positivamente o negativamente il rendimento scolastico di un alunno. Le aspettative degli insegnanti si traducono in comportamenti che sono per lo più inconsapevoli. Per esempio molti atteggiamenti sono espressi con la comunicazione non verbale: la gestione dello spazio fisico, le posture corporali, il tono della voce, la gestione dello sguardo. Altri segnali possono essere le lodi o i rimproveri, anche quando sono espressi mediante voti.
Rosenthal aveva individuato alcuni fattori che possono servire da lettura della relazione insegnante-alunno. Il clima socio-emotivo: cioè il grado e la qualità delle emozioni vissute nella relazione. Gli essere umani sono abili lettori della comunicazione non verbale, e nel rapporto tra due persone vale molto più come si dice qualcosa piuttosto che i suoi contenuti. Il feedback comunicativo è il secondo fattore individuato da Rosenthal, la qualità delle risposte che l’insegnante fornisce nella relazione determina l’evoluzione della stessa.
Allora, in che modo dovrebbe comportarsi un insegnante?
Dovrebbe, innanzitutto, chiedersi se i suoi atteggiamenti verso un alunno sono obiettivi o sono il frutto di proiezioni personali. Per capirlo deve interrogare le sue emozioni e quando avverte emozioni quali rabbia, paura, dolore che scaturiscono dalla relazione con l’alunno, probabilmente sta proiettando un suo vissuto in quella relazione. Una specie di controtransfert psicoanalitico.
Un insegnante deve pensare che l’essere umano è fatto per apprendere. L’apprendimento e la curiosità fanno della natura dell’uomo, e quindi l’alunno ha tutte le potenzialità per apprendere, ognuno con i suoi tempi e con le sue qualità. Si veda la teoria delle intelligenze multiple di Howard Gardner.
Per concludere voglio usare la frase di uno scrittore particolarmente attento al mondo della scuola:
Ogni studente suona il suo strumento, non c’è niente da fare. La cosa difficile è conoscere bene i nostri musicisti e trovare l’armonia. Una buona classe non è un reggimento che marcia al passo, è un’orchestra che prova la stessa sinfonia.
Daniel Pennac
L'influenza delle aspettative di un insegnante sulle capacità dell’alunno prende il nome di effetto Pigmalione. Tra gli insegnanti tale fenomeno è poco considerato quando si tratta di capire il perché di un certo rendimento scolastico di un alunno. I genitori non hanno sempre torto, quando intuiscono che le disgrazie del proprio figlio in qualche materia scolastica possa esser dovuta soprattutto ad una cattiva relazione con l’insegnante.
Negli anni Sessanta Robert Rosenthal, un ricercatore di Harvard, e Lenore Jacobson, preside di una scuola elementare, condussero un esperimento diventato famoso come The Oak School Experiment, dal nome della scuola in cui fu realizzato. La loro idea era di manipolare il giudizio e le aspettative degli insegnanti su alcuni alunni. Per farlo somministrarono a otto classi un test d’intelligenza. Una volta elaborati i test riferirono agli insegnanti che all’incirca il 20% di quegli studenti avrebbero migliorato la loro performance durante l’anno scolastico. A fine anno le previsioni dei ricercatori furono confermate. Il dato più interessante di questa ricerca è che i bambini da cui ci si aspettava una notevole crescita scolastica erano stati scelti a caso, e non sulla base dei risultati del test, ma questo gli insegnanti non lo sapevano. L’aspettativa, scaturita dalla comunicazione dei risultati del test, aveva influenzato l’atteggiamento degli insegnanti nei confronti del «gruppo 20» e aveva prodotto il miglioramento desiderato.
L’effetto Pigmalione è stato confermato da altre ricerche effettuate in tutto il mondo (Tauber, 1997; Jungbluth, 1994; Robinson, 1994; Eden, 1990; Sakya, 1990; Clifton, Bulcock, 1987, Moore, 1984; Bognar, 1983, Camaren, 1981). L’atteggiamento, o i pregiudizi, degli insegnati può essere influenzato dalla provenienza etnica, dal dialetto, dalla forma fisica (bambini grassi, filiformi, o tonici), dall’attrazione (bambini belli e bambini brutti), e addirittura per i nomi (a un bambino di nome Piero si attribuiscono caratteristiche psicologiche molto diverse rispetto a un bambino di nome Riccardo). Quest’ultimo effetto era già conosciuto dagli antichi latini: nomen omen, un nome un destino.
Come una sostanza può avere un effetto placebo, che fa star bene, o nocebo, che fa star male, a seconda delle credenze che si hanno su di essa, nello stesso modo le aspettative di un insegnante possono influenzare positivamente o negativamente il rendimento scolastico di un alunno. Le aspettative degli insegnanti si traducono in comportamenti che sono per lo più inconsapevoli. Per esempio molti atteggiamenti sono espressi con la comunicazione non verbale: la gestione dello spazio fisico, le posture corporali, il tono della voce, la gestione dello sguardo. Altri segnali possono essere le lodi o i rimproveri, anche quando sono espressi mediante voti.
Rosenthal aveva individuato alcuni fattori che possono servire da lettura della relazione insegnante-alunno. Il clima socio-emotivo: cioè il grado e la qualità delle emozioni vissute nella relazione. Gli essere umani sono abili lettori della comunicazione non verbale, e nel rapporto tra due persone vale molto più come si dice qualcosa piuttosto che i suoi contenuti. Il feedback comunicativo è il secondo fattore individuato da Rosenthal, la qualità delle risposte che l’insegnante fornisce nella relazione determina l’evoluzione della stessa.
Allora, in che modo dovrebbe comportarsi un insegnante?
Dovrebbe, innanzitutto, chiedersi se i suoi atteggiamenti verso un alunno sono obiettivi o sono il frutto di proiezioni personali. Per capirlo deve interrogare le sue emozioni e quando avverte emozioni quali rabbia, paura, dolore che scaturiscono dalla relazione con l’alunno, probabilmente sta proiettando un suo vissuto in quella relazione. Una specie di controtransfert psicoanalitico.
Un insegnante deve pensare che l’essere umano è fatto per apprendere. L’apprendimento e la curiosità fanno della natura dell’uomo, e quindi l’alunno ha tutte le potenzialità per apprendere, ognuno con i suoi tempi e con le sue qualità. Si veda la teoria delle intelligenze multiple di Howard Gardner.
Per concludere voglio usare la frase di uno scrittore particolarmente attento al mondo della scuola:
Ogni studente suona il suo strumento, non c’è niente da fare. La cosa difficile è conoscere bene i nostri musicisti e trovare l’armonia. Una buona classe non è un reggimento che marcia al passo, è un’orchestra che prova la stessa sinfonia.
Daniel Pennac

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